GRAMMATICA DEL SEGNO

MAN RAY – JIŘÍ KOLÁŘ – JOSEPH BEUYS – ALDO MONDINO – MEL BOCHNER – SALVO – BRACO DIMITRIJEVIĆ – MAURIZIO CAMERANI – MAURIZIO BERTINETTI – JACK PIERSON – NICUS LUCÀ – TANIA PISTONE – MAX TOMASINELLI

 

 

15.02 – 06.03.2026

La Galleria Umberto Benappi, con il supporto creativo di Riccardo Pietrantonio, prosegue la stagione espositiva nella sede di montagna a Sansicario Alto con la mostra Grammatica del segno, secondo appuntamento della rassegna invernale ESPOSTA. ARTE AD ALTA QUOTA.

Indagare l’inclusione della scrittura nella produzione artistica può apparire un compito arduo e ambizioso, soprattutto se si considerano alfabeti, segni o altre espressioni grafiche come declinazioni di una stessa forma espressiva. Nel corso dei secoli, infatti, la scrittura si è inserita nell’espressione artistica, diventandone parte integrante e affermandosi come mezzo espressivo da utilizzare al pari di segno e tratto pittorico.

La mostra si configura come anticipazione di un progetto più ampio, che verrà sviluppato prossimamente negli spazi torinesi della galleria, con l’obiettivo di indagare l’impiego nell’arte contemporanea della scrittura e del segno quali elementi visivi, concettuali e strutturali.

In mostra, una selezione di opere che evidenzia come diversi artisti abbiano saputo utilizzare e plasmare segni, alfabeti e parole nelle loro dimensioni plastiche, relazionali e performative, spingendo il linguaggio verbale a sconfinare nel territorio delle arti visive e a divenire elemento espressivo costitutivo dell’opera.

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Già gli artisti delle avanguardie storiche – quali futurismo, dadaismo, surrealismo – avevano concentrato la loro attenzione sulla destrutturazione del linguaggio comune, manipolandolo e utilizzandolo come dispositivo critico, concettuale e politico. Per Man Ray (Filadelfia, 1890 – Parigi, 1976), maestro dadaista e surrealista, ad esempio, le parole fungono da oggetti grafici e ritmici e vengono spesso private del loro significato semantico per esaltarne la componente visiva e sonora. Tale dimensione emerge nell’opera a china Trees (Alberi, 1914), in cui nelle forme riconoscibili degli alberi, che sembrano rarefarsi progressivamente in segni e linee, si cela la scritta del titolo (trees).

Nella produzione di Jiří Kolář (Protvín, 1914 – Parga, 2002), il collage diviene un vero e proprio sistema linguistico critico. L’artista concentra, infatti, il proprio lavoro sulla frattura tra immagine, parola e memoria culturale, sviluppando una riflessione radicale sul concetto di “tradimento” del linguaggio visivo. L’artista tedesco Joseph Beuys (Krefeld, 1921 – Düsseldorf, 1986) procede invece per sottrazione nel collage realizzato a sostegno della Fondation pour l’encouragement des arts, un ente formato da giovani artisti. In questo caso, la sua operazione è quella di cancellare tutte le frasi dai fogli ufficiali, evidenziandone così, per assenza, il contenuto.

Attraverso una dedica non troppo velata, “For homeless who loves Picabia and Dostoevsky”, Braco Dimitrijević (Sarajevo, 1948) si rivolge ad un preciso profilo di osservatore, in linea con la sua riflessione sulla storia e la condizione dell’uomo, analizzate in prospettiva cosmica. Il lavoro di Salvo (Leonforte, 1947 – Torino, 2015) propone, altresì, una riflessione sulla storia, che, procede inizialmente per immagini con la serie di ritratti fotografici, e successivamente viene sviluppata attraverso le parole. Sulle lapidi di marmo e in pietra, come quelle esposte, l’artista riporta frammenti di poesie, di romanzi, di favole di Esopo o elenchi di personaggi storici. Nei libri di pietra di Nicus Lucà (Torino, 1961), la parola sembra essersi, invece, fossilizzata nella materia incisa, mantenendo intatto il proprio peso simbolico e trasformando queste opere in autentici dispositivi di conservazione della memoria culturale.

Il lavoro di Mel Bochner (1940 – 2025) interroga le intersezioni tra linguaggio, matematica e diversi sistemi di rappresentazione, esplorando l’intricata relazione tra immagini e linguaggio. Maurizio Camerani (Ferrara, 1951) in Alfabeto (1990) – cinque frame estrapolati dal filmato dalla grande video scultura Interno (1990, Collezione Museo del Novecento, Milano) – elabora, sotto forma di segni grafici, i codici che compongono il proprio strumento di comunicazione verso l’esterno.

Sempre sul piano del linguaggio, Tania Pistone (Catania, 1969) ne esplora il potere visivo ed emozionale, realizzando opere a partire da testi costruiti con alfabeti apparentemente familiari ma in gran parte illeggibili. In questo modo, l’artista sollecita l’osservatore a fare appello al proprio inconscio, invitandolo a costruire una narrazione personale a partire dalla risposta emotiva suscitata dall’opera. Nei lavori di Max Tomasinelli, le parole abitano la tela, in questo caso composta da frammenti della tappezzeria della sua casa familiare, facendo emergere il tema del ricordo e della memoria, intesa come atto mobile, non lineare, fatta di ritorni e sovrapposizioni.

Nel neon di Maurizio Bertinetti (Torino, 1955) si ritrova, infine, la tipica irriverenza e ironia di matrice dadaista: l’opera richiama, infatti, il celebre intervento di Marcel Duchamp, che, in chiave anti-tradizionalista e provocatoria, aggiunse baffi e pizzetto alla Gioconda di Leonardo, intitolando il lavoro L.H.O.O.Q. (1919). L’acronimo, letto in francese, suona come “elle a chaud au cul” (lei ha caldo al sedere), rafforzando il carattere dissacrante dell’operazione.

Una grammatica del segno, dunque, intesa come ambito di confronto per gli artisti, che, in alcuni casi, l’hanno assunta quale principale strumento espressivo, con l’obiettivo di mettere in discussione i confini tra linguaggio verbale e linguaggio artistico.